Bello e bravo, è possibile?

Delle oltre 400 razze canine ad oggi conosciute, tutte, nessuna esclusa, sono state diciamo così create, o meglio selezionate, con uno scopo ben preciso. Fin dalla più remota antichità il cane è stato al fianco dell’uomo con i compiti più diversi, guardiano delle abitazioni e del bestiame, aiuto nella caccia o semplicemente come compagno.
Si vennero così a fissare delle caratteristiche ben precise che differenziarono sempre più una razza dall’altra, fino a ritrovarci con il numero di razze canine che abbiamo indicato all’inizio.
Il termine di “razza” fin qui usato, è però impreciso, in quanto la nascita della cinofilia ufficiale come noi la conosciamo, con relativa creazione di società cinofile e l’organizzazione di manifestazioni di settore, è cosa piuttosto recente e risale alle seconda metà dell’Ottocento. Fino a quella data non si può parlare di razze, ma di tipi più o meno fissati e rimasti più o meno immutati nel corso dei secoli. Molti cani non sono cambiati, se non di pochissimo, dall’epoca romana o dal medioevo, pensiamo ai vari molossi, mastino napoletano in testa, che hanno accompagnato le legioni romane alla conquista del mondo,  e ai levrieri, gli antichi veltri che ritroviamo su arazzi ed incisioni medievali raffigurati in appassionanti scene di caccia alla grossa selvaggina. Si tratta sicuramente di tipi già ben fissati, di razze in fondo, senza che peraltro vi fosse un’effettiva codifica delle loro peculiarità. Un’ analisi storica più approfondita  chiarisce però che i levrieri sono sempre stati patrimonio esclusivo della grande nobiltà, in Europa come in Africa(Sloughi) o in Asia (Saluki), si trattava quindi di veri e propri “oggetti preziosi” ai quali veniva riservata ogni cura e il cui possesso era esclusivamente riservato ai nobili, che ne conservavano e ne tramandavano gelosamente le origini e le discendenze. Facile pensare a questo punto ai beduini che nella scala dei valori avevano Allah, il cavallo arabo ed il levriero, poi, ma a molta distanza, tutto il resto.
Molto diversa è stata l’evoluzione delle razze da caccia alla piccola selvaggina. Nel caso di quelli che sono stati i progenitori delle odierne razze da ferma, si tratta di cani di tipo épagneul, originari della Spagna, portati in Inghilterra dai marinai e dagli ufficiali della Invincibile Armata, l’esercito marinaro inglese autore di tante conquiste e colonizzatore di tante nazioni.
Possiamo presumere, confortati da alcuni testi storici, che questi cani spagnoli (o épagneul) abbiano dato prova di essere ottimi scovatori di selvaggina e siano quindi stati allevati assiduamente da un popolo, quello inglese, per il quale l’allevamento di animali è quasi una religione. Diffusisi in tutta l’Inghilterra, gli épagneul hanno cominciato a differenziarsi, diventando i progenitori dei nostri moderni setters. Ma perché si differenziarono?  Perché i vari appassionati che selezionarono i setters lo fecero in funzione delle differenti situazioni nelle quali si trovavano ad operare: terreni diversi, clima, selvaggina. Ecco perché, se a qualcuno è capitato di leggere l’interessante testo di Edward Laverack sul setter (attuale ancor oggi in molte sue parti), avrà trovato notizie sui “setter del duca X” o su quelli del “visconte Y”, abbozzi di razze derivate da un unico ceppo, ma diverse l’una dall’altra per alcune caratteristiche funzionali.
La chiave del discorso sta proprio nelle parole “caratteristiche funzionali”. E’ solo in base alle caratteristiche funzionali che gli standard sono stati redatti, è la funzione che crea la razza e non viceversa.
Nel caso del Gordon, l’origine è la stessa degli altri setter (l’Inglese e i due Irlandesi, il Rosso e il Rosso e Bianco), ma profondamente diverso è il territorio sul quale i cacciatori portavano i propri cani: sui moors della Scozia, sulle brughiere di erica e rododendri, su terreni impervi, rocciosi, duri e con un clima particolarmente difficile, era necessario poter disporre di cani robusti, resistenti, solidamente costruiti, riflessivi e non esasperatamente veloci. Queste sono le peculiarità del Gordon così come le aveva in mente il Duca Alessandro IV e sono le stesse che dovremmo tenere presenti ancor oggi, pur considerando l’evolversi naturale che ogni razza può avere. Evoluzione non deve però essere sinonimo di manipolazione, il rispetto dello standard è fondamentale, non lo si può rigirare in funzione del momento che sta attraversando la razza. Per essere più precisi: non si può dire che il Gordon deve essere più alto o più basso, più lungo o più corto in funzione dei soggetti che si stanno producendo, ma bisogna produrre attenendosi quanto più è possibile alle informazioni contenute nello standard. Ogni modifica, anche di poco conto, deve essere attentamente vagliata e valutata in ogni sua implicazione, da commissioni di esperti, soprattutto rispettando il parere della nazione di origine della razza, detentrice dello standard.
La conclusione di questa premessa ci porta al titolo dell’articolo, se sia possibile avere un cane da caccia, nel caso specifico un Gordon, bello e bravo.
Chi ha avuto la pazienza di leggere fino qui, avrà già intuito quale sia la risposta: se il criterio di redazione dello standard di razza è stato un criterio di funzionalità, allora appare evidente che le note morfologiche contenutevi derivano dall’esame funzionale della razza, quindi il Gordon descritto dallo standard di razza è già di per sé un Gordon bello e bravo. Basterebbe quindi attenersi allo standard per allevare soggetti tipici e con le necessarie attitudini alla caccia, per le quali la razza è stata creata.
Purtroppo non è così semplice o, per lo meno, questo non basta; quello che fa di un Gordon un vero cane da ferma è quello che c’è nella sua testa, le sue caratteristiche psicologiche, insomma, e queste nessuno standard le può codificare. E’ però lampante che un Gordon in possesso di queste capacità, ma costruito in modo non aderente allo standard, non potrà mai galoppare come un Gordon, fermare come un Gordon, cacciare insomma come un Gordon. Potrà essere un efficiente cane da caccia, ma non un Gordon.
Allevare Gordon significa innanzitutto non snaturarlo, ma dedicare la necessaria attenzione alla conservazione di tutte le sue qualità, sia morfologiche che, per così dire, professionali. Non per questo un Gordon si troverà bene solo presso un cacciatore, al contrario si tratta di una razza particolarmente affettuosa e devota al proprietario, felice di stare in sua compagnia, ma un’attenta selezione darà origine a soggetti equilibrati ed armonici, capaci di offrire il meglio di sé nei campi più disparati (agility, obedience, soccorso, ecc.).
Compito dell’allevatore è rispettare la razza che ha scelto, tanto più se si tratta di una razza creata per svolgere un qualsiasi genere di lavoro, non dimentichiamoci che lo scopo della selezione cinofila è puramente zootecnico, mira quindi al miglioramento delle razze, non alla loro esasperazione estetica.
Bello e bravo è quindi possibile, pur se tra mille difficoltà, ma è sicuramente un’emozione grande riuscire ad allevare Gordon che diventano campioni di bellezza e che vengono presentati con successo alle prove di caccia, arrivando anche a risultati di prestigio nelle competizioni più selettive.
Allevatori e Club di razza dovranno quindi operare in sinergia per lo scopo comune della conservazione del tipo (il discorso vale ovviamente per ogni razza, non solo per il Gordon), ma soprattutto il Club dovrà cercare di valorizzare quanto più possibile il lavoro svolto dai singoli allevatori.

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